Jacopone da Todi

Poeta del Libero Spirito I luoghi di Jacopone Stabat Mater

Letteratura medievale ( contesto del Libero Spirito)

Dopo la forzata scomparsa di ogni forma letteraria profana dell'antichità, nei primi secoli del Medio-Evo la letteratura rimase monopolio del clero, cui toccò in questo campo come nel resto di provvedere alla soddisfazione delle esigenze spirituali delle menti e dei cuori. E se non vi era questa esigenza, bisognava farsela venire, non vi era altra scelta.

La poesia classica si era spenta scomparsa del tutto l'antica vita. Smembratosi l'impero, calati i barbari in Italia, finita la lotta sorda e lenta tra il paganesimo e il cristianesimo dalla quale s'era venuta formando una religione ibrida in cui il concetto evangelico era fortemente compenetrato di elementi pagani, persiani e mosaici, la vita, nel tenebroso Medioevo, aveva preso un aspetto e un indirizzo completamente diversi dagli antichi. La luce chiara e sfavillante della paganità si era mutata in un chiarore pallido e incerto, il culto della forma era scomparso ed era subentrato un culto tutto interiore, il culto dell'anima; il culto materialistico dell'antichità pagana aveva ceduto il posto al culto idealistico della società cristiana del Medioevo.
Spento l'amore per la forma, era sorto e si era sviluppato l'ideale spirituale che aveva, dato il bando alle voluttà dei sensi e, distogliendo gli sguardi dalla contemplazione della bellezza terrena dalle linee procaci e voluttuose, li aveva orientati unicamente verso regioni del Cielo. Coloro che si erano dedicati all'ascesi, obbligavano tutti gli altri ad essere dei passivi ascetici.

Non essendoci la stampa, la diffusione dei libri era del tutto assente; ciò che circolava - dentro una popolazione che nell'arco di un secolo o due dopo la caduta dell'Impero Romano e le dominazioni barbariche, scomparse ogni tipo di scuola, era diventata completamente analfabeta, e per di più dominante il latino ecclesiastico - gli unici libri circolanti erano quelli delle preci, in mano alla chiesa, ai parroci, agli educatori dei vari patronati della chiesa stessa.

Osteggiate anche le bellezze della natura, la vita aveva perso quella nota splendida di gaiezza, di realtà, di umanità; il firmamento, che prima era l'ingenua e fantasiosa volta all'Olimpo, si era mutato in una cappa di piombo, perché lassù era stato posto il mistero imperscrutabile della nuova religione, dal cielo scendevano i fulmini e le punizioni divine. I guai ai peccatori, agli infedeli. Ed erano tutti peccatori, perchè - dissero - fin dalla nascita ci accompagna il peccato di Asamo ed Eva.

La vita era diventata un'aspirazione perenne verso gli spazi infiniti del cielo; si era fatta monotona, grigia, contemplativa; e al cielo tendevano gli acuti pinnacoli dei campanili. Le valli e le pendici si erano popolate di conventi in cui l'umanità, nella privazione e nella contemplazione ascetica, non di un mondo reale ma solo rappresentato, si spiritualizzava, si estraniva dal mondo reale; l'incubo, l'affanno, l'ansia, la paura dell'al di là avevano allontanato l'olimpica serenità romana e, morti gli eroi e

quella dell'amore; della prima era ministro il clero, della seconda la cavalleria.

Per opera di queste due religioni la vita si era un po' ingentilita; e con l'ingentilirsi del cuore si erano svegliate le menti; le tenebre si erano cominciate a diradare le divinità, la fantasia aveva creato figure cupe e terribili di demoni, di streghe, di maghi con cui aveva riempito tutto il mondo.

La grandezza dei Cesari non era più che un lontano ricordo: ora esistevano - come abbiamo visto nelle precedenti puntate - il papato e l'impero, il successore di Pietro e il successore di Augusto; e, fino al giorno che entrambi non divennero due grandi antagonisti nella grande scena politica d'Europa, quegli era il protettore morale di questo e questi il braccio forte di quello. E all'ombra immensa di questi due poteri sovrani erano sorte due importanti istituzioni: quella del feudalismo e quella della cavalleria che dovevano improntare con il loro spirito le nascenti letterature delle nazioni neolatine.

E cosí subito dopo il X e XI secolo, la vita si era venuta orientando verso due religioni purissime, quella dell'anima e quella del cuore, si era illuminata e riscaldata della luce e del fuoco di due fedi, quella del Cielo e e la cultura, prima monopolio del clero, passata, ora alla cavalleria, era venuto anche in dominio della borghesia. Erano i primi albori del rinnovamento politico e intellettuale; la Chiesa perdeva a poco a poco la sua autorità e, nei nuovi idiomi romanzi, come nel gaio latino degli ultimi goliardi, accanto alla poesia d'amore e alle laudi religiose, fioriva sfrontata e insolente la satira contro il clero.
Era questo il mondo nuovo, era questa la vita nuova quando dalla fiorita Provenza, nella dolce lingua d'oc, s'alzava la canzone dei trovadori e verso il cielo di Francia, nella robusta favella dell'oui, si levava il canto sonante dei troveri e il ghigno dei "fabliaux".

La prima breccia nel dominio esclusivo del clero in materia di letteratura fu fatta, fra le classi laiche, proprio dalla cavalleria che s'impegnò con tanta fantasia a dipingere con smaglianti colori le proprie gesta e soprattutto a cantare l'amore puro ed ideale per la donna, caratteristico della cavalleria, toccando così un tema che il clero era il meno adatto a trattare.

Nel stesso tempo le lingue nazionali prevalsero nella letteratura che cominciò ad assumere un colorito nazionale; il dominio esclusivo dell'idioma latino della chiesa tramontò definitivamente.

La culla della poesia cavalleresca del Medio-Evo è la Francia. Come ebbe il primato nel campo degli usi sociali e della moda, così questa nazione lo ebbe anche nell'accennato genere di letteratura. Nella stessa Francia poi la poesia cavalleresca spuntò pure nelle regioni del mezzogiorno. La lingua parlata in Francia comprendeva due dialetti nettamente distinti che si sogliono chiamare, alludendo al termine che vi si usava per dir di sì, lingua d'oc (parlata nel mezzogiorno) e lingua d'oil (= oui; parlata nel settentrione).

Le due corrispondenti letterature nacquero e si svolsero ciascuna in modo del tutto indipendente dall'altra. Nel mezzogiorno prevalse la lirica; è la poesia dei troubadours, una classe speciale di cantori appartenenti al ceto cavalleresco, che raggiunse la sua massima fioritura nel XII secolo. Essa rimase distrutta nelle guerre degli Albigesi del principio del XIII secolo, guerre che anche per questo motivo ebbero effetti disastrosi. Del resto alla rapida decadenza di questo genere di poesia contribuì anche la circostanza che essa era esclusivamente poesia d'arte e non trovava quindi rispondenza nell'anima del popolo.
Perciò col decadere della cavalleria, in quel del ceto ove essa era nata e intesa, questo genere di poesia non poteva fare a meno di decadere anch'essa. D'ora in poi, come nella politica, così pure nel campo letterario, l'egemonia passò al settentrione della Francia.

Qui, mentre la lirica con le sue romanze e poesie pastorali (pastorelles) rimane in second'ordine, il genere di poesia preferito nell'età della cavalleria è l'epopea, nella quale si esercitò l'arte dei «trouvères» (trovatori). Anche costoro provenivano per lo più dal ceto cavalleresco. Essi facevano recitare le loro canzoni (le così dette « chansos de gestes ») dai « menestrelli » che erano accompagnati dagli « jongleurs » col canto e col suono del liuto.

I vari cicli, il carolingio, il brettone, il normanno, il classico, s'incontrano, si raggruppano, si fondono insieme portando l'uno all'altro le caratteristiche del proprio spirito e formando un organismo variamente stupendo.
La più antica di queste canzoni di gesta, la canzone di Rolando, che narra la morte dell'eroe nella valle di Roncisvalle durante una spedizione contro i Saraceni, è dell'XI secolo; i due secoli successivi videro poi fiorire un grandissimo numero di epopee, di proporzioni per lo più assai più vaste, i cui argomenti sono tratti prevalentemente dal ciclo di leggende carolinge, dal ciclo bretone-normanno (re Artù e la leggenda del Graal) oppure dall'antichità.

Accanto alle canzoni appena dette germogliarono anche moltissime piccole composizioni di genere epico (conies), i cui autori sono generalmente ignoti, e che trattano argomenti seri di colorito storico o leggendario (i così detti «lais»), ma anche argomenti burleschi, celie più o meno grossolane («fabliaux»).

(…..)


In Italia invece la letteratura salì rapidamente a somma altezza. Essa é di origine relativamente recente. Al principio infatti del secolo in cui nacque Dante nessuno ancora scriveva italiano. Questo idioma, secondo quanto ci dice lo stesso Dante, era la lingua nella quale si esprimevano le donne ordinarie; la letteratura era ancora esclusivamente latina.
Ben tosto però la produzione letteraria in volgare comincia a germogliare in tutta la penisola. L'influenza della poesia provenzale, dei canti dei troubadours, si fa sentire specialmente in Sicilia, alla splendida ed intellettuale corte di Federico II, dove si tenta la trattazione di analoghi argomenti nel dialetto nazionale. Anche nell'alta Italia trovatori francesi, che vi cercarono rifugio dopo le guerre degli Albigesi, importarono la propria arte che venne imitata nell'idioma del paese. Né passò molto che anche la borghesia, allora in rapida via di ascensione, entrò nell'agone letterario. Essa cantò l'amore e le vicende politiche e nei suoi canti si fece eco delle incessanti e fortunose lotte partigiane che dilaniavano la penisola. Spunta inoltre, non senza una certa correlazione con gli studi che si coltivavano all'università di Bologna, un genere di poesia dotta. In Umbria poi, nei luoghi cioè dove aveva vissuto ed operato S. Francesco d'Assisi, germoglia una lirica religiosa; un'onda di sentimento mistico, che ebbe la sua spiccata manifestazione nell'agitazione del 1260 caratterizzata dalle processioni di flagellanti la cui prima scintilla partì da Perugia, si diffonde largamente in Italia e genera la lirica religiosa italiana, che a poco a poco soppianta la lirica latina della chiesa. È' in questo campo che noi incontriamo già un poeta ragguardevole: Jacopone da Todi (1230-1307 circa), un uomo di mondo il quale, profondamente scosso per l'infelice morte della moglie adorata, si fece terziario francescano votandosi a vita religiosa, e col proprio esempio nonché con la penna mosse guerra, pur senza esagerazioni ascetiche, al mondo ed alle sue voluttà. I suoi canti, di stile e di forma popolare, si segnalano per la schiettezza e profondità del sentimento, cui si mescola volentieri anche la nota satirica. In particolare é fiera la sua requisitoria contro Bonifazio VIII che accusa di ingordigia di dominio terreno e di simonia. (...)

 Già i tempi sono mutati; un vento di follia mistica, spirato dall'Umbria, si abbatte violento per le regioni d' Italia con gli 'Alleluia" e i moti dei "Flagellanti". RANIERI FASANI, esaltato dal fanatismo religioso, predica, si formano corporazioni; i "Disciplinati" iniziano le loro processioni (1258), flagellandosi e innalzando laude. E' un fatto patologico importantissimo, il cui esponente artistico è il canzoniere di Jacopone.
Egli è il seguace di S. Francesco d'Assisi e, come il Santo, ha la sua leggenda. La sua conversione alla vita ascetica è dovuta al miracolo; è il cilicio trovato infisso nelle candide carni della bella e pia moglie, morta durante una danza, che gli fa abbandonare la vita allegra e gaudente e lo fa dedicare completamente a Dio. Nell'umile frate di Todi la religione diviene fanatismo, la pietà passione; le meditazioni ascetiche lo esaltano e il suo misticismo si risolve in febbre, in delirio, ispirandogli canti.
"Sono i canti - per dirla col De Sanctis - di un Santo, animato dal divino amore. Non sa nulla di provenzali, o di trovatori, o di codici d'amore: questo mondo gli è ignoto. E non cura l'arte, non cerca pregio nella lingua e nello stile, anzi parla e scrive con quello stesso piacere come i santi con le vesti di povero. Una cosa vuole, dare sfogo ad un'anima traboccante di affetto, esaltata dal sentimento religioso. Ignora anche teologia e filosofia, e non ha niente di scolastico".
La poesia di Jacopone è un frutto spontaneo del suo sentimento; non ha pretese d'arte, ma, a volte, quando il suo cuore è tranquillo e la sua mente è serena, quando l'esaltazione non lo turba, escono dalle sue labbra canti delicatissimi, soavi nel loro motivo popolare. Così la poesia alla Madonna è un quadretto stupendo e il poeta, con verità e con affetto, sorprende meravigliosamente la Vergine in atto di allattare e di cullare il Divino Figliuolo e ce la descrive in un modo così evidente e semplice che innamora.
Altrove Jacopone ha accenti che commuovono, come quando, ad esempio, dice alla Vergine,
Ricevi, donna, nel tuo grembo bello
Le mie lagrime amare.
Tu sai che ti son prossimo e fratello,
E tu noi puoi negare.

Però questi intervalli di lucidezza, e di serenità sono rari al cuore e alla mente del povero frate e questi accenti dolcissimi non formano la caratteristica della sua poesia. Jacopone è sempre un esaltato; l'amore divino gli sconvolge la mente, gli mette nel cuore un tumulto immenso; il poeta vuole spogliarsi della sua umanità, ma non riesce a spiritualizzarsi; il mondo lo vede così com'è; le sue stesse passioni sembrano passioni ispirate dalle gioie terrene; eppure egli macera il suo corpo e disdegna di coltivar l'intelletto; raccomanda la sua fama "ad somier che va ranghiando" e promette "perdonanza più d'un anno" a chi lo ingiuria; egli vuole essere umile, povero; egli aspira alla vita dello spirito, ai godimenti ultraterreni, desiderando per sé i mali più terribili.
Jacopone prega e la sua preghiera è un uragano; sospira, si contorce, delira nell'impeto irresistibile della passione che lo sconvolge, poi è assorbito tutto da visioni, da allucinazioni e allora il suo accento ha qualcosa di profetico, di cupo, che impressiona, come quando egli rappresenta la fine del mondo e il giudizio universale:
Tutti li, monti saranno abbassati,
E l'aire stretto e i venti conturbati,
E il mare muggirà da tutti i lati.
Con l'acque lor staran fermi adunati
I fiumi -ad aspettare.

Quest'ultimo verso è una pennellata magistrale che dà tutta la forza di rappresentazione al quadro. E' uno di quei tocchi meravigliosi che danno alla poesia di Jacopone una suprema bellezza, un vigore insolito, l'effetto artistico dell'intensità della visione; l'intensità della passione produce nel frate altri effetti non meno artistici. Cosí nel grido immenso d'amore, il delirio, da cui il poeta è agitato, si risolve in una linea potente di affetto, fatta di ripetizioni bellissime che terminano in un verso sublime il quale è come la sintesi di tutti i desideri di Jacopone:
Amore amor penar tanto mi fai,
Amore amore nol posso patire,
Amore amore tanto mi ti dai,
Amore amore ben credo morire;
Amore amore tanto preso m' hai,
Amore amore fammi en te transire,
Amor dolce languire,
Amor mio desioso,
Amor mio delettoso,
Anegami en amore ...."

In questi versi, pieni di quella musicalità propria dei motivi popolari, si nota la foga della passione che erompe, cresce, straripa, e, giunta al suo più alto grado d'intensità nel quinto verso, s' illanguidisce nella molle soavità degli ultimi quattro versi, col felice trapasso dell'endecasillabo nel settenario, fino a morire nel sublime "anegami en amore" che è come un supremo anelito.
Ma Jacopone non è un asceta che vive lontano dal mondo tutto intento nelle sue meditazioni e nelle penitenze; c' è anche in lui qualcosa che ci fa presentire il Savonarola; c' è il Santo che si scaglia con veemenza, a viso aperto, con parole franche, senza paura, contro gli stessi capi della Chiesa e ammonisce aspramente Celestino V, e scrive in versi una tremenda requisitoria contro Bonifacio VIII
Non trovo che ricordi
Papa nullo passato
Che in tanta vanagloria
Si sia delectato.

Sono questi i soli accenti originali della nostra letteratura delle origini questi canti amorosi e religiosi; quasi tutto il resto è imitazione di ciò che ci viene dalla Francia e dalla Provenza.
I prodromi di una produzione poetica più originale si hanno nell'Alta Italia, dove nel milanese fra' Bonvesin de Riva sorse il principale rappresentante di una ricca letteratura morale religiosa; a lui si deve, oltre a gran numero di poesie morali, anche un trattato poetico delle «Cinquanta cortesie a mensa».

Dal Genovesato ci proviene una collezione di poesie di svariato carattere, morale, religioso, politico: le così dette «Rime genovesi», dovute tutte ad un solo autore ignoto; l'ultima di queste poesie in ordine di data tratta della venuta di Arrigo VII in Italia (1310).
Ma la culla della vera e propria letteratura italiana fu la Toscana. Da principio per verità predomina anche qui l'imitazione dei modelli francesi, tanto che il notaio fiorentino BRUNETTO LATINI (1220-94 o 97) si servì all'inizio della lingua francese per comporre il suo poema « Il tesoro » e solo successivamente lo trasportò nell'idioma nazionale (Toscano) . E' un poemetto di 2240 versi settenari rimati a due a due.
Brunetto vi narra il suo incontro con la natura e con la virtù, le vicende da lui passate andando in cerca della felicità, come egli cadde in potere dell'amore, ecc.; il tutto condito di lunghe disquisizioni pedantesche. L'opera ha scarso pregio poetico, ma tuttavia a Latini spetta nella storia della letteratura un posto tra i precursori di Dante, che lo ricorderà nell'inferno, lo incontra e lui gli dice:
"Sieti raccomandato il mio Tesoro
Nel quale io vivo ancora ...."

 

A maggior diritto possono aspirare a tale qualificazione i rappresentanti di quella scuola poetica che da un passo del Purgatorio di Dante è detta del «dolce stil nuovo», una scuola di carattere filosofico, di cui fu capo l'amico di Dante, statista e poeta, Guido Cavalcanti (m. nel 1300), una nobile figura d'uomo e un delicato poeta lirico, benchè la sua opera principale, la «Canzone d'amore », sia poco più di un'arida disquisizione scolastica in forma poetica. Un ingegno multiforme fu Cino, della famiglia dei Sinibaldi di Pistoia (1270-1337 all'incirca), il quale tenne cattedra di diritto in molti luoghi dettando lezioni frequentatissime, scrisse un notevole commentario al codice giustinianeo, e nel tempo stesso prese parte con fervore alle lotte partigiane dei suoi tempi militando nel campo ghibellino e lasciò un paio di centinaia di poesie che in parte trattano di amore, in parte di politica ovvero hanno un contenuto filosofico; le poesie di quest'ultimo genere sono scritte nello stile convenzionale della scuola, ma non sono prive di sentimento poetico.

Accanto a questa lirica filosofica germoglia anche una poesia popolare, umoristica. Il suo miglior rappresentante fu un singolare senese, Cecco Angiolieri (1250-1320 circa). (…)

( tratto da : http://cronologia.leonardo.it/umanita/papato/cap100.htm )

 

Newest Members